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Recensione: IL DESERTO DEI TARTARI di Dino Buzzati

Titolo: Il deserto dei Tartari
Autore: Dino Buzzati
Prima edizione: Longanesi - 1940
Pagine: 221
Prezzo: cartaceo - € 12,00; ebook - € 7,99


Trama
Giovanni Drogo, un sottotenente, viene mandato in una lontana fortezza. A nord della fortezza c'è il deserto da cui si attende un'invasione dei tartari. Ma l'invasione, sempre annunciata, non avviene e l'addestramento, i turni di guardia, l'organizzazione militare, appaiono cerimoniali senza senso. Quando Drogo torna in città per una promozione, si accorge di aver perso ogni contatto con il mondo e che ormai la sua unica ragione di vita è l'inutile attesa del nemico. Tornato alla fortezza, si ammala e proprio allora accade l'evento tanto aspettato: i tartari avanzano dal deserto. Nell'emozione e nella confusione del momento, senza che lui possa prendere parte ai preparativi di difesa, Drogo muore, dimenticato da tutti.

***

Affermare che nel Deserto dei Tartari nulla accade è un’efficace semplificazione che, però, non mi convince più. Al di là degli episodi apparentemente insignificanti che spezzano la narrazione, anche allontanandosi dal protagonista, nel romanzo si concretizza qualcosa che siamo abituati a concepire in astratto: lo scorrere del tempo.
Il lettore, che, al pari di Drogo, è reso incosciente del susseguirsi delle stagioni, è invitato invece a percepirlo, a rifletterci e a osservarlo.
Né adagio né presto altri tre mesi erano passati.
Il Tempo è una delle tematiche portanti del romanzo, forse la più evidente in un testo fortemente allegorico e la più analizzata dagli studiosi. I giorni alla Fortezza si susseguono l’uno uguale all’altro, tanto da annullarsi a vicenda: soltanto le osservazioni sul clima o sulla neve, che sciogliendosi lascia il posto alla nuova vegetazione, rivelano che il nuovo capitolo si apre su una nuova stagione e che il sole non è tramontato e sorto una sola volta, ma che sono passati dei mesi.
D’altra parte Drogo, e come lui molti altri che prestano servizio alla Fortezza, non può fare altro che aspettare: andarsene proprio in quel frangente potrebbe voler dire perdere l’occasione della vita.
L’esistenza di Drogo invece si era come fermata.

La stessa giornata, con le identiche cose, si era ripetuta centinaia di volte
senza fare un passo innanzi.

La Fortezza diventa odiosa prigione che, fuori dal mondo e dal tempo, divora e distrugge il presente, ma è anche fonte di una rassicurante certezza, pur nell’alienazione della consuetudine, e soprattutto la sua apparente eternità infonde speranza.
In questo futuro, che per sua stessa definizione è incapace di divenire fattuale, si innesca l’annichilimento dell’uomo che rimane immobile in un’attesa senza fine, mentre il tempo gli sottrae i giorni buoni e ne rivela l’inettitudine.
Sembra un romanzo sfibrante, non è così? Eppure Il Deserto dei Tartari non segna una resa a un destino inevitabile, all’impietosità del tempo; invece e antiteticamente all’atmosfera narrativa, si realizza proprio nell’azione.
Se volete saperla tutta, più dello sprone sotteso alla narrazione allegorica, mi ha entusiasmato lo stile semplice, preciso e straordinariamente evocativo di Buzzati. In particolare, mi hanno colpito le descrizioni così puntuali e materiche dei sentimenti e delle percezioni umane, per le quali, credo, valga la pena superare il timore che può suscitare un classico di questa portata.
Se negli anni Quaranta e ancora oggi giovani e meno giovani possono entrare in empatia con Drogo, è perché spesso ci si scopre in attesa del deus ex machina che cambierà la nostra vita e rivelerà al mondo il nostro valore. E il romanzo di Buzzati fa a pezzi la divinità, distrugge Godot.


«Arrivederci, tenente. Ma non ci pensi; un paesaggio che non val niente, le garantisco, un paesaggio stupidissimo.»




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