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Recensione : L'orologiaio di Brest - Maurizio de Giovanni

 

L'OROLOGIAIO DI BREST
di Maurizio de Giovanni
Feltrinelli | Noir | 320 pagine
ebook €11,99 | cartaceo €19,00
21 ottobre 2025

Il tempo per alcuni è una corsa incessante, per altri un passo lento e incerto. Per qualcuno, invece, si è arrestato per sempre. E la storia d’Italia è un filo spezzato: un orologio fermo alla stagione del piombo e del sangue. In questo silenzio immobile sono immersi Vera Coen e Andrea Malchiodi. Ha il destino scritto nel nome, Vera. Lavora come giornalista per un quotidiano locale e considera la ricerca della verità una missione. Ma a quarant’anni si ritrova con un lavoro insoddisfacente e precario, i dubbi di aver sbagliato tutto ad affollarle la mente e una scoperta sconvolgente con cui fare i conti… Il professor Andrea Malchiodi di anni ne ha quarantatré e ha incassato le delusioni di una carriera accademica spezzata da uno scandalo, in cui è stato ingiustamente coinvolto, insieme all’amarezza per un matrimonio finito. A separarlo dalla moglie e dalla figlia c’è un oceano di incomprensione. Ad affliggerlo, il dolore per la malattia della madre che lo ha cresciuto da sola. Un giorno come tanti, Andrea si trova davanti Vera. La giornalista lo mette a parte di un’incredibile rivelazione. C’è qualcosa che li lega. Un fatto di sangue accaduto quattro decenni prima. Una ferita nel lontano passato di lei che riscrive il passato di lui. E da quel momento per Andrea tutto cambia. Comincia così un’indagine nelle tenebre più fitte della notte della Repubblica, a caccia del misterioso “uomo degli ingranaggi”, l’esperto di armi ed esplosivi, militante di un’organizzazione combattente, poi primula rossa e custode di segreti inconfessabili. Il nastro si riavvolge fino al principio degli anni ottanta, sospesi tra gli ultimi fuochi della lotta armata e le prime luci di un’età che si presenta come nuova e invece è dominata dai Gattopardi di sempre. L’orologiaio di Brest è una vecchia foto dimenticata, rimasta fuori dall’album di famiglia, è il ricordo rimosso che riaffiora alla coscienza, la verità celata che sconvolge le vite rimettendole in prospettiva. Maurizio de Giovanni scrive il romanzo che non aveva mai scritto, una storia che interroga il rapporto tra colpa e innocenza, memoria e oblio, ma soprattutto che indaga il più indecifrabile dei legami: quello tra padri e figli. «Perché se ti strappano l’esistenza quando ancora non sei nemmeno nata, il sangue non si asciuga. Non si asciuga mai.»

La mia recensione
Era da un bel po’ che non leggevo un libro di de Giovanni. La serie del commissario Ricciardi non penso faccia per me; ho invece iniziato I Bastardi di Pizzofalcone e c’è sempre l’idea di continuarla, chissà, prima o poi. Però, vuoi non iniziare una nuova serie? E così sono approdata a L’orologiaio di Brest.

Parto col dirvi che la storia mi è piaciuta moltissimo. È intensa, rocambolesca, intricata: dentro ci sono politica, amore, indagine giornalistica, mistero. Ed è molto articolata. Quest’ultimo aspetto è un pregio e… anche un difetto, ma ne parleremo dopo.

Il racconto si incentra sulla famiglia di Andrea Malchiodi, professore universitario in rovina, che un giorno si accorge di essere seguito da Vera. Perché? Che cosa vuole? Vera gli racconterà una storia che viene dal passato e che ha al centro i padri di entrambi. Ma cambiamo prospettiva e incontriamo Maddalena, una ragazza giovane e bellissima, orfana di padre ma con una madre che ha fatto di tutto per lei, per assicurarle un futuro. Maddalena va all’università, è brava, ha un futuro luminoso davanti, ma non è questo a farle brillare gli occhi: è quell’uomo, il suo uomo, che non dovrebbe stare con lei, che non potrebbe neanche sfiorarla e invece…
Ma cosa hanno in comune Andrea, Vera e Maddalena? Il suono di un carillon e un porto su un altro mare.

La storia che de Giovanni inizia a farci conoscere con questo – possiamo dirlo – primo libro, come dicevo, mi è piaciuta molto, anche perché propone aspetti che di solito amo trovare nei gialli: due protagonisti distanti ma non inconciliabili, un racconto che affonda le radici nel passato, i risvolti politici, i giochi di potere. I collegamenti con l’Italia della Prima Repubblica, con i movimenti sociali e con la lotta armata, se da un lato spaventano per la loro violenza, dall’altro solleticano sempre il mio interesse proprio per le conseguenze che possono avere sul nostro presente.

Ma l’autore non si limita alla sola politica “spiccia”. Il suo è un puntare il riflettore sui giochi di potere, su quell’Entità che sembra poter fare tutto: nascondere e far sparire un’intera famiglia, insabbiare l’indicibile. Ed è qui che emergono due dei temi fondanti del romanzo: l’oblio e la memoria. Il ricordo di un Paese scosso dalle bombe ma che ancora si fonda su quei martiri; il ricordo di un padre che si fa ossessione; l’oblio di un padre che non è mai esistito; il rifiuto di dimenticare una figlia sparita nel nulla.

E poi c’è il giallo vero e proprio. L’autore ci porta avanti e indietro nel tempo ed è qui che ho avuto le maggiori difficoltà, perché se i salti temporali ci sono, ciò che manca sono le date. I capitoli non ci dicono dove siamo, in che anno siamo, e se a volte è ovvio, altre no. Ma i punti di riferimento che mancano non sono solo temporali, bensì anche spaziali. I luoghi non vengono definiti: chiaramente siamo a Roma, ma non viene mai detto, preferendo solo allusioni alla Città dei Papi. Stessa cosa accade per la Francia. Mi sono sentita un po’ persa, soprattutto nella parte iniziale, piuttosto lunga per un libro di 320 pagine.

I fili narrativi sono tanti, all’inizio piuttosto ingarbugliati; poi ci si raccapezza e il racconto si fa sempre più interessante, fino a un finale totalmente spiazzante e non aperto, di più. Chiaramente ci sarà un seguito (maggio? può essere), eppure questa scelta non mi ha indispettito, perché la storia raccontata fin qui è soddisfacente, ricca e, anche se il finale è aperto, non lascia quel senso di “non finito” o, peggio, di incompiuto.

In conclusione, è un libro che fa ben sperare, ma che mi porta a desiderare un seguito più centrato, capace di portarmi subito dentro la storia e di non farmi sentire persa, senza punti di riferimento.

Voto
e mezzo!




Alla prossima









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