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Recensione: Il giorno in cui mi capitò di Morire, di Chiara Tangredi




TItolo: Il giorno in cui mi capitò di morire
Autore: Chiara Tangredi
Editore: Adiaphora
Copertina flessibile
Pagine: 90
Data di uscita: 01/01/2016
Prezzo: 8 € (cartaceo); 1,99 € (ebook)

Sinossi:

Tutte le strade portano a Roma. Proprio come le vite di ogni essere vivente portano a un'unica e definitiva destinazione. Con un inevitabile arrivo, non rimane che percorrere la propria strada, e magari cercare di allungare il tragitto di qualche passo.
Ma poi accade, a nove anni, di morire. Tutto sommato, però, i postumi della morte vengono subiti dai vivi.
È la scomparsa di un bambino innocente il motore di un rimestamento morale ed etico di un paese qualunque dei nostri giorni. Un paese in cui di morale e di etica non si vive di certo e dove un ironico cinismo è il tratto distintivo di personaggi sanguigni, talmente realistici da poter diventare reali. L'illusione della permanenza, l'incessante trascorrere del tempo e l'evidente fatto che, in ogni caso, la vita va avanti fanno maturare nei protagonisti un atteggiamento di rassegnata tolleranza.
Perché se è vero che la morte si subisce, allora forse tanto vale mettersi comodi.

Un disincantato testo che rinnova e omaggia l'oscuro splendore del Teatro dell'Assurdo, per chi ancora non smette di esplorare l'inesorabile paradosso di non poter vivere senza morire.


Recensione: 

È la prima volta che recensisco un testo teatrale e ammetto che non è stato facile decidere cosa scrivere, perché risulta molto difficile valutarne le caratteristiche come si fa coi normali libri di narrativa.
Il giorno in cui mi capitò di morire narra di Ennio, un bambino di nove anni, e di ciò che accade nel suo paese natale nel giorno della sua morte.
L'autrice ci mostra personaggi variegati, che vivono le giornate di lutto in modo più o meno sentito, spesso semplicemente curandosi dei loro affari personali: ci sono i becchini che pensano al loro lavoro, l'edicolante che spettegola  coi suoi clienti, ma anche altri personaggi poco legati alla vita di Ennio, che semplicemente vivono la loro giornata.

Lo spaccato del paesino è dato in modo teatrale, e l'enfatizzazione delle caratteristiche dei personaggi ci dà modo di confrontare il paesino con l'Italia e di presentarci le vicende che i protagonisti vivono un modo satirico, divertente e intelligente, permettendoci di riflettere, di ridere, di emozionarci o di sospirare al pensiero di quanto l'assurdo teatrale si avvicini a situazioni reali dei giorni nostri.

Il libro è scritto bene, l'ho letto molto volentieri e velocemente. È una sceneggiatura teatrale, le descrizioni sono quindi scarne e il testo intero è basato sui dialoghi tra i personaggi. Parla principalmente di morte, ma anche della ricerca del lavoro, di criminalità e di coscienza sociale. Gli argomenti sono trattati in modo ironico e simbolico, le battute sono spesso amare, ma quasi sempre efficaci e originali. I nomi dei personaggi evocano spesso il loro mestiere o il loro carattere, in una scelta tipica del teatro che permette anche a chi legge le scene (come nel mio caso) di comprendere subito chi stia parlando nonostante in effetti i personaggi siano molti.

Il libro mi è piaciuto, mi sentirei di consigliarvi di andarne a vedere la rappresentazione, se ne aveste la possibilità. La lettura comunque è interessante e molto piacevole e di certo per gli appassionati dei testi teatrali o anche per chi vorrebbe provare a leggerne uno potrebbe essere una buona scelta, ma mi rendo conto che i testi teatrali in effetti non piacciono a tutti, l'importante è che vi rendiate conto di cosa state per leggere.


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