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Recensione: La grande A di Giulia Caminito

Titolo: La grande A
Autrice: Giulia Caminito
Editore: Giunti
Pagine: 288
Ebook: 7.99 Euro
Cartaceo: 14.00 Euro
Sinossi:
Giada è una bambina considerata da tutti perennemente manchevole, troppo minuta, ''una raganella'', che vive malvolentieri a casa degli zii in provincia di Milano. Da che sua madre se n'è andata per trafficare con camion, alcolici e bar nelle colonie italiane in terra d'Africa, Giada non pensa ad altro che a raggiungerla in quella che lei chiama ''La Grande A'', una terra che immagina piena di meraviglie e di promesse.
Ma una volta giunta ad Assab, una cittadina avvolta nell'arsura e nell'aria salmastra, la vita sembra ruotare solo intorno al piccolo bar che Adi gestisce fino a notte fonda, dove Giada fa molte nuove conoscenze: da Hamed, il garzone che non sa scrivere, a Orlando, il compagno della madre animato dalla retorica fascista vecchio stampo; dalla gazzella Checco, che vive in casa come un animale domestico, a Giacomo Colgada, un giovane italiano farfallone che sembra la copia di un attore del cinema. Ed è proprio con lui che inizia la vera storia di Giada: il matrimonio imposto da Adi, le insidie di suocera e nuora, la fortuna economica, il boom del Circolo Juventus di Addis Abeba, gli incredibili viaggi con la jeep nel deserto, i dolorosi chiaroscuri di Giacomo che obbligano Giada al continuo raffronto con una donna dura e intraprendente come sua madre.
Liberamente ispirato alla biografia di famiglia, ''La Grande A'' è il primo romanzo di Giulia Caminito che racconta un pezzo dimenticato di storia italiana con una scrittura inventiva e spiazzante.


Il mio pensiero:
Questo romanzo racconto la storia di Giada, soprannominata Giadina, e attraverso di lei si ripercorrono alcuni scorci della storia italiana: la sua infanzia durante la seconda guerra mondiale, con i bombardamenti, la fame e la paura; l’arrivo in Africa e la situazione degli italiani migrati lì. Ma soprattutto, quello che maggiormente ho apprezzato in questo libro è la descrizione dell’Africa: il deserto, gli animali, l’assenza della pioggia. In particolare non ho potuto fare a meno di affezionarmi alla gazzella Checco e al rapporto che instaura con Giada.
Raramente ho letto libri ambientati nel continente africano o che raccontassero la vita degli italiani nelle colonie in Africa, quindi ho trovato questa storia originale e interessante, un nuovo punto di vista che si focalizza su alcune parti poco raccontate del periodo del fascismo.
Ma questo romanzo è anche la storia di due donne molto diverse: Giada e la madra Adele, detta Adi, il personaggio che più mi è piaciuto. Adi è una donna forte e tenace, abbastanza intelligente e lungimirante da capire quali sono gli affari più redditizi e come gestirli. Ma è anche una persona molto indipendente, che vive seguendo le sue regole personali e non si fa problemi a disobbedire a quelle imposte dalla società. Giada, invece, è più insicura e fatica a trovare una sua strada, ma compensa le sue debolezze con la perseveranza e la pazienza.

Lo stile è bello, descrittivo, ricco di immagini e sembra un lungo discorso libero, ma è capace di evocare e creare nella mente del lettore le scene e i paesaggi in cui si muovono i personaggi, come un lungometraggio che basta far partire per vederlo comodamente scorrere davanti ai propri occhi. La storia è ricchissima di dettagli e l’ho apprezzato perché fa sembrare tutto molto più realistico e plausibile.
L’unica pecca è che ho trovato i primi tre quarti della storia più bella e interessante dell’ultima parte, ma probabilmente questo dipende più da un gusto personale che dai contenuti. Il finale non era per nulla quanto mi aspettavo ma alla fine mi è piaciuto, soprattutto mi ha colpito come si riallacciasse con il titolo e con una frase presente all’inizio della storia, come se fosse un ciclo che si richiude in se stesso.
È il primo libro per questa autrice e credo che abbia fatto uno splendido lavoro, spero che nel futuro migliori ancora.


Sembrano gli occhi di un cristiano. Guardali bene. Sono così lucidi, aveva detto Giada, la prima volta che si era fermata a fissare le pupille della gazzella Checco. Le more raccolte con la Luisa nella stradina sterrata che portava verso l’autostrada avevano lo stesso punto di nero, un nero prepotente e aspro.
Quegli occhi erano pietre levigate, buone per farci i pomelli delle porte e delle finestre. Quegli occhi cercavano intorno. Ciglia lunghe, come quelle di un cristiano appunto.
Pare che ci stia fissando, pare ascoltare quello che diciamo, china la testa di lato quando bisbigliamo, punta le pupille a terra, quelle due morette, come se cercasse qualcosa tra la polvere mentre parliamo una lingua che non capisce.
Come faranno a non scappare queli occhi? 









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